Captain Beefheart

Captain Beefheart è stato il più grande bluesman bianco di tutti i tempi. Punto. Non era manierista come il primo Jagger, Eric Burdon o gli Zeppelin degli esordi. Non era un calligrafo come Eric Clapton o Stevie Ray Vaughan. Per Beefheart il blues era un rauco e basso pulsare, un ululato profondo emesso dalle profondità di un corpo infestato da una mente -diciamo così- bizzarra…

Beefheart -mi si passi la banalità- è stato per il blues quello che Frank Zappa è stato per la musica “colta”. Ad uno Ligeti, Berlioz e Stockhausen, all’altro Howlin’ Wolf, Sonny Boy Williamson e John Lee Hooker. Entrambi però allo stesso tempo esegeti e demistificatori di quei generi, che finivano per portare in un’altra (più alta?) dimensione.

Come in molta dell’opera zappiana, l’operazione concettuale è la stessa: decostruzione maniacale del canone originario e sua ricostruzione basata sull’iterazione minimale. Solo che nel caso di Beefheart l’impalcatura blues è squassata da interventi (voce, armonica, sax…) di lucida follia.

Molto si è scritto sulla bizzarria del personaggio. E per me è poco interessante rimestare nell’anedottica beefheartiana. Mi basta però ricordare che all’indomani dell’uscita di uno dei più ostici capolavori della storia del rock, Trout Mask Replica, fu molto deluso dell’insuccesso commerciale del disco perchè sinceramente convinto delle possibilità di arrivare in cima alle hit parade americane…

Eppure, manipolatore come pochi, pare che avesse convinto di questo assurdo proposito anche qualcun altro, tanto da ritrovarlo -presenza abbastanza incongrua-  con la Magic Band in questa puntata di Beat Club, trasmissione musicale per i teenagers tedeschi, dell’aprile 1972..

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