Joe Strummer

Joe Strummer. Alcuni ricordi personali.

Joe che cerca di convincere il custode del Museo Archeologico Nazionale di Napoli a lasciarlo entrare. Impossible Mission. Joe indossa una giacca da domatore di leoni e un moicano biondo…. Voleva vedere il mosaico della battaglia di Isso….

Ultimo tour italiano dei Mescaleros. Finito il concerto Joe che scavalca la transenna e viene ad abbracciarci uno ad uno, sinceramente stupito di avere ancora un pubblico, dopo tutti quegli anni.

Altri ricordi, che mi sono stati riferiti.

Joe che ascolta sdraiato sul letto per ore e ore Racing in the Street (fonte: Jesse Malin).

Joe che deve registrare con Johnny Cash. Per l’ansia decide di dormire in macchina fuori lo studio la notte prima. Dovesse arrivare in ritardo… (fonte: Rick Rubin).

Joe che scrive un lunghissimo fax a Mark Hagan, curatore di un festival inglese, raccomandandogli Bruce Springsteen. Uno dei più bei saggi sul rocker del Jersey… (fonte: Mark Hagan).

Joe che chiede un mutuo in banca per comprare la sua prima casa. Nel modulo di richiesta, alla voce “most treasured possessions” scrive: “tutti i dischi di Bo Diddley”. Il mutuo gli fu rifiutato… (fonte:  Kris Needs)

Certo, Joe Strummer era un bravo ragazzo. Però era anche qualcosa di più (vero, Blue?).

Forse il rocker più importante della sua generazione. Forse il rocker più importante per la mia generazione.

Io sono del 1966. Quando uscì London Calling avevo quattordici anni. Ascoltavo punk rock,  tutti quei bellissimi singoli… Ne uscivano due-tre alla settimana e io li ascoltavo grazie ad un’eccezionale Radio Libera napoletana, Radio Spazio Popolare. Pistols, Undertones, Only Ones, Sham 69, Lurkers, Alternative TV…

London Calling rappresentò per me (e per tanti della mia età) una giganesca porta d’accesso alla tradizione del r’n’r. Rockabilly, r’n’b, jazz anni ’40, bluebeat, ska, Spector sound diventarono materia viva e non qualcosa di vecchio (e quindi di potenzialmente ostile) di cui leggevamo sulle riviste musicali. E tutto questo sostanzialmente grazie a grandi canzoni eseguite con grandiose performances in studio da una band indiscutibilmente (inguaribilmente…) della Westway.

Senza quel disco quei generi erano morti e sepolti. Punto. Senza quel disco niente The River. Niente Alternative Country. Niente Blur. Niente Green Day.

Sandinista! fu ancora meglio. Fece intravedere il futuro e la fine del r’n’r. Un disco per coraggiosi. Ruppe l’egemonia occidentale sulla musica giovanile e la consegnò al Terzo Mondo. Lo stesso percorso che in quello stesso anno fecero, in forma molto più intellettuale e meno istintuale,  i Talking Heads e Brian Eno con Remain in Light.

Sandinista! è stato il primo disco di crossover e di world music, in un certo senso. E l’ultimo disco di r’n’r veramente innovativo.

Senza quel disco niente Rage Against The Machine. Niente Red Hot Chili Peppers. Niente Beastie Boys. Niente Graceland.

il seguito non poteva essere certo all’altezza di questi due capolavori: Combat Rock ha i suoi momenti, soprattutto nei brani più dub-funk-psichedelici. Cut the Crap non fa schifo come molti dicono ed è un disco electro-punk che negli anni ’90 sarebbe andato benone. Earthquake Weather è un ottimo disco rock nel solco di London Callling: belle canzoni (alcune struggenti) che avrebbero beneficiato di una produzione più brillante. I dischi con i Mescaleros sono molto interessanti con le loro venature etno/folk/techno/house.

Joe è mancato esattamente dieci anni fa. Lo voglio ricordare con un bel concerto al Roseland Ballroom, NYC. L’ultima notte in cui Brooklyn bruciò….

Gli ho dedicato il mio secondo libro e credo che quella dedica lo descriva ancora abbastanza bene: “A pure rocker, a true gentleman”.

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