Be True: Power Pop Bruce

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Photo by Frank Stefanko

In last months i’m currently grooving on power pop. it’s the definitive r’n’r sub-genre for me: jangly guitars chiming from the first three byrds records, melodic hooks dating from pre-psychedelic english beat, a steady songcraftmanship rooted on the unbeatable verse-chorus structure, swoony teenybopper lyrics, the hard drive of great american bands like big star, the raspberries, cheap trick.

Bruce Springsteen in Concert

Photo by Frank Stefanko

There was a moment, between 1979 and 1982, when bruce springsteen flirted with the power pop sound that was going big (well, almost…) on the american A.M: the knack, greg kihn band, the beat, etc… For a reason or another all the springsteen’s songs that could have been labelled as “power pop” didn’t made the cut, for eternal disdain of Little Steven, who has always championed those little hard pop nuggets.

But what if bruce springsteen – in the morning of 3rd january 1982, instead closing down in the frightening isolation of his bedroom to cut the manic depressioned Nebraska– still buzzing for a great new year’s eve party would have gathered the e street band in a proper nyc studio to record a hardened but funny, rocking, 41 min. power pop masterpiece?

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Photo by Frank Stefanko

so I have collected and sequenced just 3/4 min. jingle-jangle, 60’s pop glazed songs composed between 1978 and 1982, in the mold of (then) contemporary bands that bruce knew and loved. So forget the hunting talking-blues via Suicide of Nebraska, or the folk rock and sub par rockabilly of the river or the bombastic stuff that forms the backbone of Born in the u.S.A.  here’s what Bruce does best: great pop songs, crafted by a songwriter deeply rooted in 60’s r’n’r and delivered with the fiercy power of the E Street Band in full force.

SIDE 1

REndezvous: (yet a power pop classic for the greg Kihn band in 1979).

Be True: the titletrack of my compilation it’s a classy jangling pop gem. The Lovin’ Spoonful should have die for it.

Don’t Look Back: aptly doned to The Knack.

Bring on the Night: a rocker incredibly left out of The River (for what? “Cadillac Ranch”… C’mon Brucie!)

From Small Things: A Rockpile style number rightly given to the great Dave Edmunds.

Where the Bands Are: One of the Greatest r’n’r song in Springsteen’s canon. It could have been a great single back in the days.

Side 2

MY LOVE will not let you down: A song from the Born in the U.S.A. sessions. In a perfect world it would have been the first single out from that mammouth dance-rock album instead of the lame studio version of “Dancing in the Dark”.

Dollhouse: here’s the boss is on the verge of punk rock, hands down. More power than pop.

Cindy: a little romantic ditty in marshall crenshaw/Elvis Costello style. it’s still officially unreleased.

Take’em as They Come: great song. It should have been in ANY Bruce record.

I Wanna be with You: the title and the general feel was clearly ispired by The Raspberries. Springsteen tried to rewrite it as the 2007 hit “Radio Nowhere” that was on its own a rip off from Tommy Tutone 1981 hit “8675309”.

Loose Ends: a 12 string guitars helluva! It could have been on the first two (and better) Tom Petty & the Heartbreakers albums.

Listen to the greatest Power Pop Album that never was HERE.

 

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Too old for r’n’r?

Blue bottazzi is one of the best music journo in italy, and his blog , bluebottazzibeat, is the one to follow. he recently published a post (and wrote a very controversial article on the new italian music magazine “outsider”) about the last springsteen. here’s my answer:

“Da un punto di vista astratto e analitico, sono completamente d’accordo con te. Springsteen dovrebbe operare un netto “downsizing” della sua carriera: basta stadi, basta ESB, basta greatest hits shows, basta “balli nel buio” con la bella di turno, basta far cantare i bambini, basta crowdsurfing (simbolo di quella sorta di comunione mistica con il suo pubblico che inspiegabilmente cresce nel tempo)…
Dovrebbe diventare un inquieto rocker crepuscolare e rugginoso, supportato da una band essenziale: tastiere, basso, batteria e semmai la chitarra di Tom Morello e mettere mano ad un repertorio contemporaneo sicuramente importante. 
Questo in teoria. Però poi esistono i fatti. Fatti che parlano di alcuni tra i concerti più straordinari della sua carriera, per costruzione, per repertorio e per intensità. Le due date di Göteborg e quella di Helsinki dell’anno scorso sono stati il vertice della mia trentennale esperienza concertistica. Pura trascendenza rock’n’roll. Fatti che parlano di un profondo mutamento demografico (caso unico, credo) del suo pubblico ormai fatto per metà di vecchi fan come me e te e per metà di ragazzi di 18-20 anni che hanno conosciuto Springsteen attraverso gli ultimi dischi (wrecking ball è stato un best seller su iTunes ed Amazon…) e ora vogliono la loro parte di Dancing in The dark e Glory Days
Perché ragazzi di 18-20 anni dovrebbero seguire un vecchio rocker come Springsteen? Credo che la risposta sia in quello che gli americani chiamano accountability, qualcosa a metà tra l’affidabilità e la credibilità e che mi porta alla questione di Wrecking Ball.
La civiltà occidentale da circa 5 anni è scossa dalla più grande crisi sistemica da ottant’anni a questa parte. Sono state rasi al suolo sicurezze, posti di lavoro, vite. Città e nazioni messe in ginocchio. La disoccupazione, le diseguaglianze e la disperazione giovanile hanno raggiunto livelli intollerabili. Eppure il rock’n’roll (come le altre, più nuove forme di cultura giovanile) non è stato in grado di articolare un pensiero di fronte a questa guerra contro la gioventù e contro il lavoro. Nessun Volunteers, nessun Kick out The Jams, nessun There’s a Riot Going on stavolta… Nessuno tranne Bruce Springsteen. Wrecking Ball è l’unico disco che parla della crisi e stabilisce un nesso con quelle precedenti. Un disco che riassume e spiega tutta l’opera dello Springsteen del 2000: il rock inquieto e livido, tutto chitarre e pochissime tastiere di The Rising e Magic, il cantautore di Devils & Dust, il folk-punk delle Seeger Sessions. Dove la connessione con la Tradizione Americana è dato da in tessuto di campionamenti come prima di lui aveva fatto solo il Moby di Play.
Un artista, un intellettuale americano capace di spostare quelle migliaia di voti tali da decidere un’elezione presidenziale (cfr. Realclearpolitics.com)
É vero Blue, le canzoni non gli vengono più facili come una volta. Probabilmente non scriverà mai più una Born to Run o una Jungleland o una Racing in The Street. Ma chi oggi, in un genere al crepuscolo come il rock’n’roll, riesce a scrivere una Land of Hope and Dreams, una Long Walk Home, una Jack of all Trades, una canzone sulla morte e sulla resilienza come Wrecking Ball? Si contano davvero sulla punta delle dita (e di una sola mano)….
Ben venga allora questo “victory lap” finché non c’è puzza di museo (come “nell’eterno ritorno dell’Uguale” degli altri artisti che citavi). L’Elvis di Las Vegas che abbastanza ingenerosamente richiamavi era uno spettacolo completamente separato dal proprio tempo. Al di là del deserto del Nevada il mondo bruciava: White light/White heat, beggar’s banquet, Revolution #9… 
Bruce é invece nel nostro tempo, ecco la ragione per cui riempie gli stadi. E questa versione della ESB, ormai ibridata per metà con la SSB (il template è The Band di Rock of Ages) mi ricorda gli anziani pistoleri di quel western di Clint Eastwood The Unforgiven: acciaccati, malmessi eppure “the last men standing”…
Per lo Springsteen che io e te aspettiamo di ascoltare ci sarà tempo, manca poco ormai.
Ma per ora il rock’n’roll abita ancora qui…”

The Summer of Bruce

L’estate 2012 è stata l’estate di Bruce Springsteen and The E Street Band. Un tour europeo che ha rinnovato la straordinaria dedizione di quest’artista al suo pubblico (e viceversa). Potrei scrivere pagine e pagine su questa sequenza di spettacoli straordinari di rock’n’roll, ma il motto della ditta è: Let’s the Music Do the Talking….

Bruce Gotheborg

E quindi potete scaricare l’eccezionale seconda serata di Gotheborg: uno dei più massacranti, entusiasmanti, commoventi show a cui abbia mai assistito. La registrazione è perfetta (IEM mixata con un’audience….).

The 5 best AMERICANA albums (1982-2012)

Americana is an amalgam of roots musics formed by the confluence of the shared and varied traditions that make up the American musical ethos; specifically those sounds that are merged from folkcountrybluesrhythm and bluesrock and roll and other external influential styles such as bluegrass.” (da Wikipedia).

Come genere l’Americana è stato inventato nel 1968 da The Band con Music from Big Pink. E’ il primo disco rock che invece di guardare avanti, al suono del futuro, quello su cui si sfidavano Lennon e Mc Cartney e Brian Wilson, rivolge il proprio sguardo al passato, ad un’America rurale ed immaginaria. Messe al bando le sperimentazioni d’avanguardia e la psychedelia pop, lo spettro sonoro è un’american gothic fatto di blues, folk, country, r’n’b e r’n’r delle origini.

Perchè un disco del 2012 dovrebbe però suonare come un disco di Johnny Cash o dell Allman Brothers Band se tutto va bene, o come i Lynard Skynard? Esiste un’altra strada per lavorare nell’alveo della Tradizione Americana che non sia la mera riproposizione della musica tradizionale? E la Tradizione Americana non contiene oggi anche i Suicide, i Germs, Iggy and the Stooges?

Io penso di sì e ho selezionato 5 possibili risposte:

5. Wilco, Yankee Hotel Foxtrot (2002).

un’american band non deve per forza suonare come suonava the band 44 anni fa per rimanere profondamente americana. un disco country, certo, ma come se a suonarlo fossero i television con la ritmica motorik dei can e a produrli ci fosse brian eno…

4. Violent Femmes, Hallowed Ground (1984)

Bigottismo, razzismo, fanatismo: l’altro lato della medaglia dei valori della tradizione sudista. E dunque il country scheletrico, l’honky-tonk e il blues beefheartiano. Tutti insieme. E suonano come i Velvet Underground più spirituali (I Found a Reason, Sweet Nuthin’) coverizzati dai Jefferson Airplane…

3. The Gun Club, Miami (1982)

Un gruppo punk di Los Angeles che suona country-blues squarciato da rasoiate di chitarra slide. Jeffrey Lee Pierce dimostra che per suonare musica tradizionale che abbia senso anche nel proprio tempo non è necessario suonare come Exile on Main Street… Robert Johnson e Bo Diddley strafatti di T-bird che rapinano un 7/11 sul Sunset Strip, come in un romanzo di Ellroy…

4. Bruce Springsteen, Wrecking Ball (2012)

Un disco che suona come un album di Springsteen, eppure profondamente diverso. Un lavoro il cui spettro sonoro è tutto costruito sulla tessitura e dove la tradizione americana compare come citazione diretta sotto forma di campionature  e loops, che sono spesso la struttura stessa della canzone (Johnny Cash, Lyn Collins, Curtis Mayfield, Alabama Sacred Heart Convention, registrazioni di Alan Lomax, etc). Folk, Irish Music, Gospel, New Orleans Blues, Rap (la nuova tradizione? “La CNN del popolo nero” come rappavano i Public Enemy?). Un disco per tempi difficili.

1. Moby, Play (1999)

Se riuscite a superare il fatto che TUTTE le canzoni di questo disco sono state usate per varie pubblicità, siete davanti ad un autentico capolavoro.

non è da tutti allineare così tanti hits e -dovete ammetterlo!- brani memorabili inserendo su un tappeto techno-house canzoni Non è da tutti allineare così tanti hits e -dovete ammetterlo!- brani memorabili, inserendo su uno sfondo techno/house canzoni folk, blues e gospel così antiche che non se ne conoscono gli autori, presi di peso dagli Archivi di Alan Lomax . Un DJ pronipote di Melville (che era di Woodstock, NY…), inverte dopo trent’anni la direzione della musica tradizionale americana. Guardando al Futuro….

Taking Care of Our Own (Country): Bruce e le elezioni americane (in risposta al Cala)

Contrariamente a quanto afferma il Cala nel suo recente post, io sarei stato molto deluso se Bruce Springsteen non si fosse impegnato direttamente nella campagna per la rielezione di Barak Obama.

Invece quando c’è stato davvero bisogno di lui, quando a metà ottobre i sondaggi davano per inarrestabile il surge del candidato repubblicano, è tornato dall’esilio (la panchina, l’aveva definita con un understatement che non gli è tanto congeniale) che si era autoimposto alla vigilia della pubblicazione di Wrecking Ball, sicuramente per le tante mancanze, ambiguità e compromessi del primo mandato di Obama.

Anzi, io considero il mini tour dei rallies del partito democratico l’ideale continuazione da un punto di vista civile di quel panorama di valori disegnato su Wrecking Ball.

Una presidenza Romney avrebbe rappresentato un attacco forse fatale a quei valori di cui Springsteen ha parlato per tutta la sua carriera.

Li ricapitolo, giusto per ricordarceli: cancellazione di una (se pur zoppicante) riforma sanitaria che è comunque la più grande riforma sociale degli Stati Uniti negli ultimi cinquant’anni, smantellamento dei diritti civili delle donne (aborto e contraccezione), incremento delle spese militari, demolizione di quello che resta dell’istruzione pubblica, obliterazione di quel minimo di protezioni sociali rimaste nel paese, fine di gran parte delle tutele ambientali. E davanti a questa prospettiva, l’atto più coerente con la propria storia civile non poteva che essere quella di continuare a “bussare alla sala del trono”, anche per fare delle domande e per misurare la distanza tra fatti e promesse.

Cito da uno degli analisti di Real Clear Politics (uno dei migliori blog politici d’America, versante repubblicano): “un ruolo fondamentale nel rendere familiare e non alieno un presidente progressista di colore per l’elettorato bianco proletario degli stati operai della Rust Belt lo hanno avuto Bill Clinton e Bruce Springsteen, il primo con la sua grande esperienza e furbizia politica, il secondo con la sua credibilità. I numeri parlano chiaramente: dopo il loro intervento sul campo, molti elettori democratici si sono convinti ad andare a votare. In qualche modo si può dire che loro hanno vinto l’Ohio ed il Wisconsin”.

Per chi volesse approfondire c’è questo bellissimo articolo su Slate.

Questo dimostra cioè che Bruce Springsteen è l’ultimo artista rock ad avere qualche rilevanza; l’ultimo che può parlare credibilmente ad una comunità ed influenzarne le scelte. Gramsci parlerebbe di intellettuale organico. Non lo è più Dylan, ad esempio, perso in una dimensione metastorica di un mondo pre-rock’n’roll, come nessuno dei geronto-rockers sopravvissuti agli anni 60 e 70. E non se ne intravedono tra le nuove band, nessuna delle quali ha saputo essere la colonna sonora della Grande Crisi. Joe Strummer diceva che l’importanza della pop(ular) music era tutta nella relazione che aveva con la nostra vita. Quella di Springsteen, evidentemente, ne ha ancora molta per tantissime persone.

Four more years, Cala…

PS: per chi volesse approfondire successi ed insuccessi del primo mandato di Barak Obama, consiglio questo ottimo e-book gratuito di Emilio Carnevali.

Sister Rosetta Tharpe

Sister Rosetta Tharpe è stata una grande interprete gospel, sicura influenza per Elvis Presley. Vederla cantare lodi al Signore inanellando assoli pazzeschi con una Gibson SG Custom Supreme “diavoletto”, è uno spettacolo che lascia senza parole…

This Train è invece il blueprint di Land of Hope and Dreams di Bruce Springsteen:


Come diceva John Lennon: “If they didn’t call it rock and roll, they could just call it Sister Rosetta”…..